08/01/2008 21:16
ovvero, fenomenologia della seratina fra amiche.
La famigerata uscita del sabato sera fra sole donne è un fenomeno molto studiato dalla sociologia contemporanea.
Dagli sciami di ragazzine eccitate, troppo truccate e troppo poco vestite, che si raggrumano davanti alle discoteche. Alle mandrie di anziane signore fameliche, troppo truccate e troppo leopardate che si assiepano davanti ai ristoranti, ogni fascia di età riserva mirabili spunti a chi le osserva con attenzione.
Qui ci occuperemo delle trentenni in libera uscita.
La fascia delle trentenni è la più varia. Una zona intermedia in cui la maggior parte degli esemplari si è già costruita una famiglia, ma in cui gli esemplari single non vengono considerati ancora socialmente troppo vecchi per essere giudicati patetici casi senza speranza.
In gruppi di femmine di questo genere, le serate del sabato sera si svolgono sempre più o meno seguendo una scaletta molto rigida.
I luoghi scelti per trascorrere la serata sono l’unico elemento non codificato, potendo variare anche sensibilmente a seconda dei gusti personali e del grado di accettazione del passare del tempo.
Si vedono, dunque, gruppetti di trentenni che affollano le stesse discoteche frequentate da quindicenni (che poi sono quelli che finiscono la serata col più alto tasso di depressione), come gruppetti che affollano le sale dei cinema, dei ristoranti o dei pub.
Indipendentemente dal luogo prescelto, però, l’evoluzione della serata è sempre lo stesso.
Il ritrovo
Gli elementi felicemente sposati e con figliolanza, si presentano in leggero anticipo all’appuntamento, impazienti di godersi quella che chiamano l’ora d’aria.
Le single, che mai hanno abbandonato le buone vecchie abitudini giovanili, si presentano con il canonico quarto d’ora di ritardo.
Ogni arrivo è salutato da imponenti schiamazzi, che pare abbiano la funzione di riconoscere coloro che via via vi si aggiungono come legittimi membri del gruppo.
Il primo tempo
La prima parte della serata è sempre dedicata all’aggiornamento sulle rispettive vicissitudini. La parte del leone in questa fase è senza dubbio delle sposate con prole, che si impossessano della conversazione e la dirigono immancabilmente sulle gioie familiari. Sulle innumerevoli soddisfazioni che riservano i pargoli, i loro mirabili progressi nel campo della deambulazione, della proprietà di linguaggio, della minzione e defecazione.
In questa fase le coniugate non ancora riprodottesi possono inserire qualche osservazione di ammirata invidia.
Le non sposate usano annuire in silenzio o, al massimo, proferire ogni tanto qualche verso gutturale di meraviglia e di approvazione.
Le amabili chiacchiere vengono abbondantemente irrorate con bevande varie. Usualmente cocktail analcolici per le madri, cocktail alla moda per le sposate semplici e boccali di americani o whiskey liscio per le single.
Il secondo tempo
Dopo qualche ora di scoppiettante conversazione, e dopo che le madri si son convertite agli alcolici, il discorso si sposta malinconicamente sui ricordi di gioventù. Che a quell’ora sembra incredibilmente lontana. A farla da padrone son sempre le sposate, semplici o riprodotte, che rimpiangono giorni felici in cui potevano fare tutto quello che volevano, quando volevano, senza l’insopportabile peso dei bimbi al seguito, figli o mariti che siano.
L’attenzione si sposta progressivamente sulle single, che avvertono avvicinarsi il proprio momento e, generosamente, passano le proprie bibite alle felicemente affamigliate.
Partono narrazioni di incredibili avventure amorose, gesti romantici di corteggiatori irriducibili, atleticissimi incontri sessuali orgiastici che le sposate ascoltano con le lacrime agli occhi.
Quando l’esemplare più debole del gruppo crolla dando una testata sul tavolo, si realizza che è ora di tornare a casa.
Il terzo tempo
Si organizzano, con gran difficoltà, le macchine per il rientro.
Alla fine, dopo aver schiamazzato abbondantemente ed aver cantato a squarciagola quelli che sono evidentemente canti di saluto, tutte riescono a montare più o meno compostamente nelle automobili assegnate. Si muovono in carovana, superandosi e clacsonandosi a vicenda e urlandosi parole incomprensibili da un finestrino all’altro.
La prima tappa è sotto casa della single. Quelle ancora sveglie e in possesso delle proprie facoltà motorie scendono per salutarla di nuovo calorosamente e, ammiccando, le gridano in un orecchio: tanto lo sappiamo che ora ti cambi ed esci di nuovo con, quanti, tre uomini?
Beata te!
La single si schermisce ridacchiando.
Le altre se ne vanno, rumorosamente come sono arrivate.
La single guarda l’ora.
Caspita! già le nove e mezzo! Meglio andare a letto, che domani mattina mi aspetta il corso di yoga in videocassetta!
dietro pressanti inviti che mi piovono da più parti, vi comunico finalmente che STO PER CAMBIARE CASA.
quando in ufficio l'atmosfera è lugubre
e la radio è bandita,
anche le musichine d'attesa telefonica possono creare dipendenza.
Al punto che quando ti rispondono, sei fortemente tentato di attaccare e ritelefonare.
Che poi mi son sempre considerata una persona mediamente intelligente. Non tanto intelligente o troppo intelligente. Mediamente intelligente. Di quelle che dei quiz in tv conoscono ogni argomento. Di quelle che si indignano per la stupidità delle domande. Di quelle che rimpiangono i bei tempi in cui non c’erano tutti questi “aiutini”.
Ieri sera sono andata al cinema.
Ho visto “Irina Palm”, un film che raccomando caldamente a tutti.
È delicato e divertente.
Ma sopra ogni cosa, è un film istruttivo.
Non sono pochi gli spunti su cui mi ha fatto riflettere.
Ad esempio ho imparato che non è mai troppo tardi per reinserirsi nel mondo del lavoro. Basta essere dotati di sufficiente elasticità mentale.
Che gli uomini si eccitano come porci anche davanti a culi peni di cellulite. Basta avere un palo da lap dance.
Che a masturbare professionalmente si guadagna anche 800 sterline a settimana.
Niente male davvero in questi periodi di magra.
Basta avere mani morbide (mai più dimenticare la cremina nivea!) e un buon tocco (che si può sempre acquisire).
Che i rovesci esistenziali e gli abusi di alcol e droghe possono rovinarti la voce e la vita (in tutti i sensi) fino a renderti quasi irriconoscibile, ma quando una è Donna, lo rimane per sempre.
Avviso importante per tutti i miei lettori siciliani (sono solo tre, ma bellissimi) e per tutte le donne e gli uomini di buona volontà delle zone limitrofe:
domani, mercoledì 12 dicembre 2007
alle ore 18,00 presso la Libreria Kalòs
in via XX settembre 56/b a Palermo
si terrà la presentazione de "Il sangue degli altri", edizioni Sironi.
Qui qualche info: http://ilsanguedeglialtri.wordpress.com/
Lo presentano Piergiorgio Di Cara e Davide Romano.
Ve lo dico perché il libro in questione merita. Ne ho già accennato, scherzosamente altrove.
Vi ho parlato di un personaggio-macchietta che ricorda il Catarella di Camilleri e le figure un po’ stereotipate dei due personaggi femminili principali.
Ma c’è ben altro.
Brevissimamente, è la storia di un giornalista freelance che, stufo dei soliti reportage sulla Palermo bene, si butta a capofitto nell’indagine su un presunto caso di riciclaggio. Si ritrova però invischiato in fatti più grandi di lui, che lo portano addirittura nel mezzo di una guerra negata, quella cecena. Tornato a casa, nulla sarà più come prima. Il suo sguardo ormai è cambiato. E nemmeno la “soluzione” dei misteri su cui stava indagando, gli darà pace.
E’ un noir particolare “Il sangue degli altri”.
Diviso in tre parti nette.
La prima è un susseguirsi di fatti, che si rincorrono veloci. Anche lo stile, asciutto, secco, senza una parola inutile, aumenta la sensazione di ineluttabilità degli eventi.
L’ambientazione è quella resa ormai familiare dai romanzi camillereschi, ma fotografata da un’angolazione diversa. Senza quell’aria di sottinteso compiacimento, di complice benevolenza riservata ai personaggi, soprattutto ai “buoni”. Qui di buoni a tutto tondo non ce ne sono. Forse il maresciallo dei carabinieri amico del protagonista, cui viene riservata la figura più simpatica, che comunque paga con una punta di dabbenaggine.
Anche qui si avverte il calore della terra di Sicilia, ma il calore è inteso come afa. Si sente il sudore. L’odore. Nulla di aspro ci viene risparmiato.
Il protagonista certo non è un eroe, ma nemmeno il classico anti-eroe. E’ pieno di difetti, spesso risulta sgradevole, nel modo che difficilmente spinge ad identificarsi con lui.
E si muove in un mondo arreso, fatalista, piegato alla convivenza con la criminalità.
Detto così sembra un romanzo pesantissimo e invece il tutto è raccontato con tono disincantato e amaramente ironico che fa letteralmente divorare le pagine.
La seconda parte cambia passo. L’azione si sposta in Cecenia, in luoghi di guerra e miseria. Il racconto si fa drammatico. Il ritmo rallenta. La narrazione prende respiro. Ma non cade nel patetico. Anche i momenti più delicati, sono trattati con sobrietà, con dolcezza, con tatto.
Si torna poi in Sicilia. La velocità riprende il sopravvento, ma le storie ascoltate, gli orrori di cui siamo venuti a conoscenza, hanno cambiato lo sguardo del protagonista. E anche il nostro. Si arriva allo scioglimento finale senza la soddisfazione liberatoria che un giallo porta di solito.
Siamo tutti più consapevoli.
E non si può dimenticare.

ovvero
del perché sono improvvisamente sparita
Dunque, piccolo riassunto delle puntate precedenti.
Ormai assuefatta alle uscite dell’uomopalla, desiderosa di provare nuove esperienze, assetata di nuove emozioni, mi licenziai.
Disperazione e sconforto piombò fra le mie colleghe. Una mi si avvinghiò alle caviglie nel disperato tentativo di bloccarmi. “no, ti prego, non ci lasciare!” belava commovente, mentre moccoli verdastri lordavano il suo bel viso. Temeva che le toccasse il mio lavoro.
“Non temere, cara, in spirito sarò sempre con voi. vi porterò nel mio cuore, non vi dimenticherò mai. su, giuditta, ricomponiti!” “mi chiamo arianna, stronza!”
E così presi le poche cose che erano rimaste nei miei cassetti, ci feci un fagottino e me lo misi in spalla. Sognavo di farlo sin da quando, dolce bambina, guardavo Remì. Ah, bei tempi, le risate che mi facevo...
Mentre uscivo mi rimbombavano in testa i flebili vagiti dell’uomo-palla: ma... ma... quando ti ho detto cretina mica volevo offenderti! ma... ma... quando ho detto che non facevi nulla, mica intendevo dire che non facevi nulla... non andare, in realtà ti stimo, ti ammiro, ti voglio tanto bene... mi sento come un padre per te!
Senta, di padri rompiglioni ne ho già uno e mi basta e avanza! quindi la saluto!
Uno strano ticchettio accompagnava i miei pensieri. Come di metronomo sovreccitato, come di tacchi a spillo in piena corsa. No, questa è di nuovo genoveffa che mi rincorre per fermarmi.
Mi giro con la mia migliore espressione alla bud spencer dipinta sul volto ma non vedo nessuno.
Mi rigiro verso il portone, ma un vocino roboante alle spalle mi fa: che, ora non mi guardi nemmeno? non ne hai il coraggio, eh? Mi ririgiro. Abbasso lo sguardo ad altezza uomopalla e lo vedo lì, in posa plastica, a gambe larghe, ben piantate, un braccio levato alto contro di me, a sfiorarmi l’ombellico.
“tu!” l’aria tremò. e mille occhi si affacciarono dalle stanze.
“tu! tu rinneghi tuo padre!
sappi che se esci da quella porta, non potrai più tornare indietro.
se esci da quella porta, rimarrai per strada. misera. anche i vermi ti schiferanno. e non troverai mai più lavoro! mai più!
e vagherai nelle nebbie, sola e derelitta, per il resto della tua, brevissima, esistenza!”
“ok.”
Lanciai un ultimo sguardo verso le facce terrorizzate che mi fissavano, sorrisi e me ne andai.
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Ovvero manuale di sopravvivenza II ALLEGATO I bis
Parole da NON dire nell'intimità.
(versione adatta anche ai minori di 33 anni. Quindi, se sei minore di 33 anni, mi raccomando, DEVI leggere Questa versione e NON la precedente!)
Mi è stato fatto giustamente notare che questo blog è frequentato anche da donne e bambini.
E sta poco bene che loro leggano certi termini sconci.
Quindi rielaborerò il primo allegato del Manuale di Sopravvivenza II in una forma tale che possa essere letto anche da loro senza il minimo problema.
Buona lettura.
Cari Giovani Donne e Giovani Uomini Moderni, questa raccomandazione è per tutti voi.
Perché le parole hanno un valore.
E bisogna starci attentissimi.
Sempre.
Esempio pratico n. 1
Lei: sìììì, così... così... chiamami passerottina, daaaiiii...
Lui:sì! Passerottina!
Lei: sìììì... cosììì... continua... di più...
Lui: sì! Sei proprio una gran passerottina! Sgualdrina!
Lei: oh! Dio! Sìììì.
Lui: peripatetica!
Lei: come peripatetica?
Lui: meretrice?
Lei: ma sei un maleducato!
Lui: ehm... squillo?
Lei: ma che antipatico! non ti voglio vedere mai più!
Lei: ... ...
Lui: ti piace, eh?
Lei: ...
lui: sì, ... anche io. Ma ti piace?
Lei: oh... io... ...
Lui: sì, ..., ho capito, ma dì qualcosa!
Lei: non... non posso... lo sai che mi vergogno...
Lui: come ti vergogni! Ma se due minuti fa all'oratorio cantavi cose che nemmeno i chierichetti! e al tuo uomo, regolarmente sposato in chiesa, nell'atto di donare un figlio a dio, niente?
Lei: laudato sìììì, o mi' signoore...
Ovvero manuale di sopravvivenza II

ALLEGATO I
Parole da NON dire nell'intimità.
(V.M. 33 anni. ATTENZIONE! puoi leggere questo allegato solo se hai più di 33 anni. Altrimenti DEVI leggere la versione bis che trovi più in alto)
Cari Giovani Donne e Giovani Uomini Moderni, questa raccomandazione è per tutti voi.
Perché le parole hanno un valore.
E bisogna starci attentissimi.
Sempre.
Esempio pratico n. 1
Lei: sìììì, così... così... chiamami porca, daaaiiii...
Lui:sì! Porca!
Lei: sìììì... continua... di più...
Lui: sì! Sei proprio una gran porca! Puttana!
Lei: oh! Dio! Sìììì.
Lui: troia!
Lei: come troia?
Lui: zoccola?
Lei: ma sei uno stronzo!
Lui: ehm... vacca?
Lei: ma vaffanculo!
Lei: mmmhhhhh... mmmmhhhh...
Lui: ti piace, eh?
Lei: mmmhhhh...
lui: sì, mmmhhh anche io. Ma ti piace?
Lei: oh... io... ah! ah! mmmhhhhh...
Lui: sì, mmmhhh, ho capito, ma dì qualcosa!
Lei: non... non posso... lo sai che mi vergogno...
Lui: come ti vergogni! Ma se due minuti fa allo stadio cantavi cose che nemmeno gli scaricatori di porto! e al tuo uomo, in camera, niente?
Lei: amore sìììì, portami in cempions liiiig!
oggi posso poltrire fino a tardi.Ovvero manuale di sopravvivenza II 
Noi partiamo dal presupposto di aiutare la Giovane Donna che voglia tenersi l’Uomo che si è procacciata.
Dì la verità, sei stufa della tua inutile autosufficienza? Sei stufa di ripetere (e ripeterti) che si sta meglio con se stesse, che è tanto bello autoanalizzarsi, autorealizzarsi, autoamarsi tutto il tempo? Su, confessalo che ciò che realmente vuoi è quello che denigri in pubblico! E che quando vai a casa dell’amica che “si è fatta incastrare, poverina. Ma guarda come si è ridotta a fare la schiava di quel rimbambito!” in realtà crepi di invidia.
Perché è questo che vuoi. Tu vuoi un Uomo, per amarlo e accudirlo. Finché morte (o corna) non vi separi.
Vederlo ogni giorno alla disperata ricerca dei calzini che lui stesso ha buttato sotto il letto, assistere alle sue scenate perché non sa dove stanno di casa le proprie mutande, ammirarlo, novello arlecchino, mentre si contempla allo specchio, smarrito, senza avere il coraggio di chiedere ancora una volta se quei pantaloni si accordano con quella camicia e quella giacca…
Oppure saperlo afflosciato in salotto, avvinghiato ad un telecomando che non usa, dal momento che piomba in catalessi nell’attimo stesso in cui il suo fondoschiena sfiora il morbido tessuto del sofà, mentre voi in cucina, stiranti, piangete guardandovi le registrazioni di centovetrine e elise di rivombrose e sognate Richard Gere in tenuta da marinaretto sul suo bel cavallo bianco che vi porta via da quel mondo triste di appretti con il manico…
Chi è che non vorrebbe tutto questo?
Ebbene, care amiche, voi lo avrete!
Come fare?
E il modo migliore per riuscirci è convincere il prescelto che la stabilità è l’ultima cosa che vi interessa.
Insomma, dovete fare le preziose.
Fargli intendere che se accettate di uscirci così spesso, è solo perché in fondo vi fa un po’ pena.
Attenzione, cercate di non essere troppo realistiche, altrimenti la preda potrebbe rimanerci male e non invitarvi più.
Tutto sta nel trovare la giusta miscelazione fra noncuranza e affettuosità. Fra indifferenza e sesso sfrenato.
A quel punto l’Uomo, che proprio non si capacita di come possiate essere immuni al suo fascino e che pure ha assaggiato e non può più fare a meno della vostra passionalità, è vostro.
Perché dopo due secondi due che vi si sarà dichiarato, l’uomo si sentirà oppresso, legato ad un cappio del quale non si era accorto e vi coinvolgerà in un estenuante minuetto, un sottile gioco di nervi, fatto di bugie, mezze verità e scuse incredibili.
Voi dovrete sopra ogni cosa mantenere la calma. Sempre e comunque.
Passiamo ad un esempio pratico.
Sarebbe il modo perfetto per iniziare diatribe senza fine. E se non lo avete ancora sposato, non potete permettervele.
Respirate, contate fino a dieci, e poi provate ad imbastire un’amabile chiacchierata sul suo “amico”.
Se sarete abbastanza abili e apparentemente distaccate, già al secondo scambio di battute verrà fuori che l’amico è in realtà un’amica, ma di vecchissima data.
Di quelle con cui ci sono tanti ricordi in comune. Che certo che ci sono andato a letto insieme, ma era molti anni fa, prima di conoscerti, quando ero ancora un ragazzino. E ora non significa più niente per me, anzi… mi fa quasi effetto vedere come si è ridotta oggi… Certo, è vero, è la prima con cui ho fatto sesso, e la prima volta non si scorda mai, ma attrazione… zero!
Voi siete tranquille.
Voi siete il simbolo dell’amabilità, della rilassatezza, della comprensione.
Allora sarà convinto di potervela dare a bere sempre.
Capito, te? Sì, te che mi leggi. Non mi riferivo affatto a quello che mi hai raccontato l’altra sera, lo so che siete solo amici…
Altro vino (birra/vodka/rum/martini/whisky/crodino)?
Ieri sera un amico mi ha portato a vedere l’ultimo film di Coppola.
e così sono qui, in una specie di limbo...
Alla fine ho ceduto alle minacce di orazio ed ho partecipato al suo meme.
È vero, mi ero ripromessa di non parlare più dei referrer. Avevo deciso di lasciare questo argomento a chi ne sa davvero scrivere. Però... però devo dirvelo quanto sono orgogliosa. Orgogliosa di voi e di me!
Vedete, in fondo le chiavi di ricerca che portano a un blog sono buoni indicatori del suo spessore.
Blog intelligenti e pregni di cultura hanno fra le chiavi di ricerca più usate nomi di filosofi e grandi scrittori. Blog brillanti e innovativi sono collegati a chiavi di ricerca per la maggior parte originali. Blog sboccati hanno chiavi di ricerca oscene.
Bene, non nascondo la mia gioia nel comunicarvi che da un paio di mesi a questa parte “solo in superficie” è ufficialmente un blog culturale!
Accanto ai soliti “visita medica completamente nuda” nelle sue mille varianti (fra le quali vorrei nominare il tenerissimo “come spogliarsi a una visita medica”) e “giochi di parrucchiera”, sono salite prepotentemente alla ribalta tre nuove entrate: “la primavera di botticelli”, “amore e psiche” e “campagna toscana” con quasi trecento accessi.
Come potete vedere, le persone che capitano qui lo fanno principalmente perché assetate di cultura e bellezza. E io gliela do la cultura e la bellezza!
Certo, se fossi un animo gretto e interessato solo all'audience, riempirei i post di link come questo, o questo, o questo, ma a me l'audience non interessa per niente.
A me piacciono l'arte e la sapienza, in tutti i loro aspetti. Mi piace la musica (e quella decina di utenti che vengono ogni mese cercando “tavola posizioni del clarinetto” lo sa bene).
Ma non disdegno il gioco. Come testimoniano i pazzerelloni perennemente in cerca di “giochi di sesso da fare subito”, “giochi di seno” e “giochi di lingue sulle tette”.
E non dimentico certo l'educazione. Non mi faccio mancare, infatti, “educazione sessuale culo”.
Ho qualche difficoltà in più, lo confesso, ad accontentare i navigatori che cercano “recitare in modo veloce il rosario con solo 10 grani”.
Sono vicina a quell'utente che ha digitato “io voglio vivere e spogliare la donna”. Hai ragione giovane (perché sei giovane, vero?) amico. Fatti valere!
Mentre a chi ha cercato “ha avuto fratelli e parenti Angela Lansbury” rispondo: certo che sì!
Ma ti pare? Almeno una mamma e un babbo li avrà avuti. Prima che schiattassero in maniera truculenta.


metti che sei lì, nel bus, sovraffollato, come al solito.
Maiaaaaaaaaaa!
E, finalmente, il lieto evento: habemus mac!

Lo so, qualcuno di voi storcerà il naso, altri mi hanno già abbondantemente insultata, ma più delle considerazioni prettamente tecniche ha potuto il brivido della novità.
La sola idea di dover imparare ad usare un apparecchio del cui funzionamento non so assolutamente niente mi elettrizza.
Un po' come quando ho estratto per la prima volta il ferro da stiro dalla sua confezione.
Speriamo solo che l'innamoramento per il mac duri un po' di più.
Certo, ora mi ritrovo fra le mani un gioiellino di tecnica ma anche di fighettaggine.
Di più, credo di aver acquistato il campione mondiale di fighettaggine.
Perché tutto nel mac è fighetto.
L'aspetto, per cominciare. Ma questo è risaputo.
Quello che fa impressione è che ogni cosa del mondo che lo circonda è fighetta.
A partire dai negozi ufficiali Apple.
Prendiamo quello in cui sono andata io.
Tutto bianco.
Pavimenti bianchi, pareti bianche, soffitto bianco, mobili bianchi.
Tutto molto asettico, come in una astronave kubrikiana.
E i commessi? Beh, è inutile dirlo, i commessi sono pallidi. Mortalmente pallidi. Però bellissimi. Direi quasi perfetti. In pratica dei modelli prestati al meraviglioso mondo dell'informatica (fighetta).Quello che mi serve ha uno sguardo sbrilluccicante, la voce profonda che mi spiega non so che di importante. Però... però c’è qualcosa che mi disturba... Ma certo, le sopracciglia! Sono lunghe, foltissime e non pettinate! Ma no, non si può, quei peli neri fuori posto rovinano tutto l’insieme! Istintivamente mi viene da allungare una mano per sistemarlo ma lui fraintende e mi spara un sorriso a tuttidenti. In un attimo, il caos. Il neon (bianco) si riflette sulla magnifica dentatura (immacolata), in un flash abbagliante rimbalza sulle vetrine di fronte, viene rispedito verso lo specchio fashion e si frantuma in mille rivoletti abbaglianti su tutti gli schermi in esposizione, che li restituiscono moltiplicati, con tremendo effetto accecante. Chiudo gli occhi, barcollo all’indietro, finisco sulle vetrinette, faccio crollare tutti gli aggeggini musicali fighetti (quelli, stranamente, coloratissimi), il colpo fa dondolare pericolosamente i mobili intorno, stracolmi di apparecchi fighettamente ipertecnologici... Una selva di urla, a dire il vero ben poco fighette, sale da ogni lato ed io non capisco più niente.
Non so esattamente come sia andata a finire, quando sono riuscita a riacquistare la vista mi trovavo già sul 14 che mi riportava a casa, con la mia bella scatola (bianca) stretta fra le braccia.
Da questa storia ho tratto ben due insegnamenti.
Il secondo è che quando avrò bisogno di assistenza converrà andare in negozio con un bel paio di occhiali da sole.
Ma il più importante è che per possedere un mac bisogna innanzi tutto meritarselo. Non è che puoi tenere un mac così! Per indossare un mac bisogna saperlo portare! Bisogna essere dotati di un certo charme, un certo aplomb, un certo savoir faire.
Per questo mi sono subito iscritta ad un corso accelerato di bon ton.
Quindi, ben vestita e ben truccata, l’ho tirato fuori dalla confezione. E l’ho rimirato tutto. Da ogni lato. Ho notato la linea morbida, la deliziosa mela (bianca) sul coperchio, tutti quei graziosi buchini sul fianco, il curioso pulsantino sul fondo che, se premuto, fa accendere un’allegra fila di lucine verdi...
Poi, visto che un’ora non mi era bastata per capire come si aprisse, l’ho elegantemente appoggiato sulla mia scrivania.
Dove fa la sua porca figura!
ps questo è anche un post di ringraziamento.
A tutti quelli che mi hanno consigliata in questi giorni. Son stati consigli totalmente discordanti l’uno dall’altro, ma ognuno ugualmente preziosissimo.
E poi devo un bacio a Edo, l’autore del coso lì, come si chiama, il disegnino che c’è lì in cima...
Ditemi voi come si farebbe senza un grafico così! E per di più è un grafico iper-mac-dotato!